Wednesday, March 07, 2007

WELLERISM : PAUL WELLER NEI TESTI dei JAM (by FRANCESCO FICCO)






E' con estremo entusiasmo che pubblico questa ottima analisi inerente il background esistenziale e le lyrics dei JAM , scritta dal grande FRANCESCO FICCO dei KARTOONS di Cosenza , uno dei prime movers della scena mod in Italia.
Molto centrata mi pare l'analogia tracciata da Francesco tra i testi di Weller e quelli , estremamente sardonici , di RAY DAVIES dei KINKS.
L'articolo , originariamente apparso su Music Box, è preceduto da un'introduzione di Pasquale Boffoli, incentrata in particolare sulla reunion (senza Weller) dei JAM e sulla recentissima ristampa del cofanetto JAM del 1997.
Michele


"The Jam tornano in questi giorni agli onori della cronaca : Bruce Foxton (bass) e Rick Buckler (drums) a 25 anni dallo scioglimento della storica e fondamentale band neo-mod e pare per celebrare i 30 anni dall'esordio seminale di In The City hanno riformato la band. Si parla di un tour di 19 date dal 2 al 27 maggio in Inghilterra, ma in marzo saranno in Italia, per riproporre tutto il repertorio classico; il 22 al Jailbreak di Roma (che stasera ospita i grandissimi Chesterfield Kings!), il 23 al Velvet Rock Club di Giais (Pn), il 24 al Sonar di Colle di Val d'Elsa (Si).
Paul Weller non ci sarà ; ha spiegato Buckler a Billboard : ' ...Paul ha chiuso ogni comunicazione con noi dal 1982 per motivi tutti suoi. So che lui sapeva della reunion e che non gli interessava".
Sarà rimpiazzato alla voce e chitarra da Russell Hastings dei The Gift, la cui somiglianza con Weller sembra sia incredibile e da Dave Moore; speriamo si riveli una reunion valida e non un fuoco fatuo!
Ma c'é dell'altro : nel novembre del 2006 é uscito "Direction Reaction Creation Ear Book", ristampa del cofanetto di 5 cd stampato dalla Polydor nel 1997: 117 brani, praticamente tutte le registrazioni studio in ordine cronologico, compresi tutti i singoli e b-sides, molte rarità (brani eseguiti da Weller in solitudine) e demo. La Ear Books l'ha notevolmente impreziosito con uno stupendo book di 120 pagine formato grande, prodigo di esaurienti liner-notes, una completa gig-list della band, cronologia e discografia, tantissime foto rare e memorabilia.
Davvero ' the ultimate Gift for any Jam fan' .
Noi di MusicBox celebriamo questi due avvenimenti con questo esauriente pezzo sulla parabola artistica dei JAM scritto ed inviatomi da Francesco Ficco, focalizzato soprattutto sulle liriche sfaccettate ed incisive del giovane Paul Weller, componenti fondamentali dei brani della band, specchio fedele del disagio della gioventù anglosassone mod tra i '70 e gli '80, ma anche dell'inquietudine esistenziale del front-man dei Jam.
Francesco Ficco é uno storico mod cosentino grandissimo fan ( come me...) dei JAM e di PAUL WELLER, nonché leader da sempre della garage-band calabrese THE KARTOONS.
Grazie Francesco per questo excursus rivelatore sui Jam e sulla poetica di Paul Weller. (Pasquale Boffoli)


WELLERISM: PAUL WELLER NEI TESTI dei JAM
La sincerità che traspare dalle liriche di PAUL WELLER è disarmante, schietta, diretta come un calcio nelle palle, ed allo stesso tempo malinconica, a tratti struggente in alcune delle pagine più personali.
Vale la pena citare subito alcune delle sue più belle canzoni, che affrontano svariati argomenti tutti di estrema attualità: Little Boy Soldiers, sulla guerra e lo stillicidio dei ragazzi soldato (la generazione dei nostri padri, per intenderci); The Eton Rifles, sulla sovversione politica come atteggiamento esteriore e di falsi ideali. Saturday’s Kids, sulla generazione di teenagers frequentatori di squallidi centri commerciali inglesi. Pretty Green, sulla consapevolezza che senza soldi non si può fare niente in una società come questa. La rabbia che esce da questi testi non è semplice spirito ribelle, è rabbia che ‘colpisce’, diretta a scuotere coscienze addormentate e automatiche, e aprire gli occhi di tutti noi. Proprio come le corde della sua chitarra, in perfetta corrispondenza tra quello che Weller canta ed il suo stile chitarristico, aspro, essenziale e sempre diretto, ‘sanguinante‘ di feedback .

Era il 1977 quando Paul Weller, Rick Buckler e Bruce Foxton vennero alla ribalta della scena musicale inglese col nome di Jam, dopo vari mesi passati a suonare nei pubs dei dintorni di Londra, precisamente a Woking. Lo stesso Weller ha ammesso che la svolta avvenne dopo aver assistito ad un concerto dei Sex Pistols, alfieri albionici del punk.
Ed è proprio sul suono punk, ma filtrato attraverso chitarre Rickenbacker, che i JAM stendono il loro tappeto sonoro basato su velocità, precisione e stile (parametri per eccellenza della cultura mod), azzeccando i primi singoli ed un album d’esordio che ha fatto scuola e rimane un caposaldo di tutto il periodo dell’esplosione del punk in Gran Bretagna.

Ma i Jam fecero molto di più per la buona tradizione del rock inglese: trasformarono il loro sound in qualcosa di raffinato, soprattutto a partire dal terzo album All Mod Cons del 1980 (lavoro fondamentale per la loro carriera, gradevole ed essenziale, con molti riferimenti ai padri indiscussi del genere, come Beatles, Who e Kinks, ai quali tributarono il brano David Watts), arrivando a fare emergere naturalmente il loro personalissimo stile compositivo e di grandi arrangiatori con capolavori come Setting Sons e Sound Affects, due album imprescindibili sempre presenti nelle migliori classifiche di musica pop.
Ma se la musica era di grande impatto sonoro, i testi di Weller ebbero un ruolo fondamentale nel contribuire al successo della band, e meritano un dovuto approfondimento utile ad apprezzare appieno il fenomeno Jam.
Quale altro gruppo suonava un eccellente power pop chitarristico e nello stesso tempo muoveva critiche dure e dirette alla borghesia inglese?Il periodo del debutto di In The City è contrassegnato da testi ribelli e anticonformisti, come la canzone che darà il titolo all’album successivo The
Modern World. Canzoni che parlano di storie personali e di gruppo vicine alla cultura dei mods, molte basate sull’insofferenza con la quale ogni ‘kid’ inglese poteva dire di avere qualcosa in comune, ma che colpivano dritte al ‘bersaglio’ sociale.
All’epoca Weller aveva 18 anni, ma nei testi di stampo giovanile già emerge una vena poetica non comune: la poesia come forma d’arte ha sempre affascinato Paul Weller.
Con il terzo LP All Mod Cons gli orizzonti si allargano ad una serie di tematiche dal tipico sapore inglese dolce amaro. Argomenti che possono trovarsi nelle liriche di un altro musicista inglese dei 60s che ha molto influenzato il giovane Weller nel modo di scrivere: Ray Davies, leader dei Kinks.
Chiari scenari di una società bigotta e arrivista descrivono personaggi nella vita quotidiana di sempre, che Weller senza giudicare racconta nella sua cruda e amara realtà: l’impiegato comune o la casalinga; il primo della classe o lo stesso adolescente immerso nella cultura mod, punk o skin che fosse.
Un tema molto caro a Weller è quello della diversità, del diritto di esprimere la propria individualità su tutto il resto della società, vista come piatta e bigotta, omologata ai costumi imposti come regole sociali. Non dimentichiamo che a quei tempi la censura inglese vietava l’uso di parole come ‘fuck’ o ‘shit’ in televisione ed alla radio (una volta, durante alcune registrazioni alla BBC recentemente pubblicate, i Jam dovettero cambiare alcune parole troppo esplicite di The Modern World) e se pure Londra sembrava essere il centro dell’universo, le leggi e la mentalità comune non erano così permissive. Town Called Malice, ad esempio, è ancora un quadro triste della provincia inglese, dove una certa classe sociale aspira ad una vita di falsa tranquillità, ed alle casalinghe che si sentono sole non rimane che prendersi una piccola fuga dalla realtà. Sempre dalla parte dei più deboli, Weller fa da specchio all’anima della società del suo tempo , mostrando dolori e difetti senza inutile retorica.
Pronto a denunciare ingiustizie sociali e paranoie imposte dalla società britannica, ma anche pronto a sputare sul ‘music business’ o su come si può diventare ricco e famoso per poi essere dimenticato una volta passata la festa (To be someone) anche se il divertimento goduto è bastato a ripagare il protagonista (Didn’t we have a nice time).
La denuncia della violenza urbana cantata in Down in the tube station at midnight ha una portata visiva eccezionale, le sensazioni e le emozioni descritte scorrono davanti agli occhi dell’ascoltatore.
Bisogna infine ricordare testi di un’enfasi poetica non comune, come English Rose o Fly, dedicati alla sua fidanzata.

Nel 1982 Paul Weller scioglie i Jam dopo avere dato alle stampe il canto del cigno The Gift, album atipico per lo standard del gruppo, ma contenente canzoni molto belle e liriche sempre in sintonia con i tempi. Di lì a poco formerà gli Style Council, che gli porteranno una fama internazionale, ma questa è un’altra storia.
L’eredità che lasciano i Jam è enorme; le giovani band inglesi di oggi riconoscono di essere state influenzate musicalmente dal gruppo di Weller, Foxton e Buckler, e questo contribuisce, se ce ne fosse ancora bisogno, a non lasciare dubbi nel considerarli di diritto parte fondamentale della storia del rock inglese.

FRANCESCO FICCO "The KARTOONS"

http://www.thejam.org.uk/

http://www.paulwellermusic.com/

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Wednesday, December 06, 2006

BARI in the 1960s: THE FLOWERS














































































Visto che amo visceralmente la 60's music pubblico con piacere questo "passionate amarcord" directly from the mid 60's Bari town.
Michele B.
by PASQUALE BOFFOLI ( p.boffoli@tiscalinet.it )

INTRO "When I was young..."

Ladies and gentlemen, benvenuti nel sito ‘THE FLOWERS’ del nuovo millennio. Perché questa puntualizzazione?Perché la band / sigla originaria nacque nei primi anni ’60 a Bari.Io, attuale cantante /armonicista / percussionista della band ora rinata a nuova vita, nel 1965 (anno in cui la band stava per formarsi) ero un tredicenne fresco di paese appena giunto (anche se in realtà ci ero nato) con la sua famiglia in una Bari in via di sviluppo ma non ancora soffocante ed assediata dal cemento.
La mia formazione musicale fu davvero tradizionale: il festival di Sanremo, ma anche quello di Napoli. Ricordo che mio padre Raffaele, chitarrista frustrato (suonava intere canzoni su una sola corda…), adorava cantanti dal gorgheggio ‘seriale’ come Sergio Bruni, Maria Paris, Aurelio Fierro, Luciano Tajoli ed io lo accondiscendevo da bravo bimbo.
Ma presto le cose cambiarono: la radio ma soprattutto la televisione portarono nella nostra casa i nuovi asciutti moduli vocali e gli strani testi di Luigi Tenco, Bruno Martino, Sergio Endrigo e mio padre inorridì, andò in tilt !
Ma come? L’enfasi, i gorgheggi, i buoni sentimenti erano finiti !Forse l’unico che riusciva a bypassare la sua diffidenza rocciosa era il pur innovativo Domenico Modugno.
Per me cominciarono ad aprirsi nuovi straordinari orizzonti che travolsero il mio immaginario musicale adolescenziale in espansione: le prime rare apparizioni televisive di Elvis Presley, Rita Pavone, Bobby Solo, Adriano Celentano. Ma anche il primissimo Burt Bacharach, artefice di un nuovo sobrio ma sofisticato romanticismo ‘pop’olare: Burt fece breccia inesorabilmente nella mia fragile psiche di undicenne, sto parlando del 1963.
I miei ricordi sono nitidi, quasi dei flashes: una ‘What the world needs now is love ‘ malinconica e bellissima, dalle avvolgenti spirali armoniche, colonna sonora di una calda estate al mare; naturalmente allora non sapevo si trattasse di Bacharach, era ‘Quando tu vorrai’ di Iva Zanicchi. Una ‘Barbara Ann’, gioioso iridescente caleidoscopio di voci dalla spensierata ‘young California’: l’ascoltai per la prima volta in un Carosello, faceva da colonna sonora alla pubblicità di un dentifricio…; naturalmente ignoravo fossero i Beach Boys .Ma la vera folgorazione furono le primissime apparizioni televisive dei Beatles, ‘ another world…’ letteralmente, ed il cordone ombelicale con mio padre si recise del tutto: She loves you, From me to you, Please Please me, Twist & Shout, zazzeruti, isterici quando cantavano e suonavano il loro mersey-beat primigenio, ironici e sfrontati quando apparivano e parlavano davanti alle telecamere.
Le mie sinapsi cominciarono a funzionare in modo diverso, nello stesso tempo in cui cominciò a farsi serio il problema delle erezioni del mio alter-ego quando ero vicino a Maria, la mia ‘polposa’ vicina di casa alcuni anni più grande di me!
Praticamente la prima donna di cui mi sono perdutamente e fisicamente innamorato a sua insaputa.Il colpo di grazia lo ebbi appena trasferitomi in città.Una mattina io e mio cugino Franco (con lui facevo praticamente coppia fissa) bighellonavamo come al solito per il quartiere Carrassi: ascoltammo provenire dai cavalli in cartapesta di una giostrina in movimento il riff tagliente ed insolente di uno strumento mai udito prima che ci scioccò conficcandosi in testa come un chiodo; un incrocio tra un sax e lo sbuffo di una nave da crociera.
Subito dopo l’effluvio d’inglese di una voce prima lasciva, poi dai toni duri e protestatari. Le parole di quel cantante si attorcigliavano una sull’altra e non ti lasciavano respirare.A produrre quel riff era il fuzz della chitarra di Keith Richards, quel cantante così offensivo era Mick Jagger, il brano era Satisfaction e loro…..loro erano THE ROLLING STONES !

Intervista ai FLOWERS
La mia iniziazione beat e rock continuò poi quando entrai nell’ambiente musicale alternativo barese, che ruotava soprattutto intorno a Piazza Umberto, per tutti coloro che la frequentavano semplicemente ‘il giardino’.
Punto d’incontro di tutti i musicisti, frikkettoni e capelloni della città .
Lì ho conosciuto un sacco di gente; lì parlavamo, vivevamo, mangiavamo, suonavamo le nostre chitarre le nostre armoniche e …..
Ma c’erano anche i cosiddetti ‘locali’, nei quali si riunivano per suonare, filosofeggiare etc… i beats della città : in uno di questi, in via Galiani nel quartiere Carrassi conobbi THE FLOWERS…..ma di tutto ciò che li riguarda è meglio che parlino loro in persona, i protagonisti di quegli impareggiabili anni : Ciro Neglia, Donato Catacchio, Ninni Pirris, oggi cinquantenni pimpanti che imbracciano ancora chitarre e diffondono il verbo rock .


Una domanda scontata ma doverosa: perché in quei lontani anni adottaste questo nome?
Ciro: Allora eravamo considerati scapestrati e ‘giovinastri’ dalla gente per i nostri capelli lunghi e per i blue-jeans sdruciti che indossavamo. Chissà come a noi venne l’idea di un bel mazzo di fiori…..un bel mazzo di giovinastri! per cui ci venne spontaneo chiamarci ‘THE FLOWERS’, anche immedesimandoci nell’ideologia pacifista che proveniva d’oltreoceano.


In quale anno vi formaste e qual’era la vostra età media ?
Donato: Nel 1966, la nostra età media era 20 anni ed eravamo senza un cantante!!!
L’esigenza di un cantante ci spinse a cercarlo ed una sera capitammo in un club di via Q.Sella, il MiniPiper, dove ascoltammo cantare con un altro gruppo, rimanendone colpiti, Liborio Martorana, che contattammo. Dal giorno seguente, dopo una sua breve ma giustificata indecisione, era il nostro cantante.


Cosa vi spinse a formare la band ?
Donato: L’esigenza di uscire da un certo conformismo. Chiaro che Beatles, Rolling Stones ma ancor prima Elvis Presley, Shadows furono un fortissimo deterrente….
Ciro : Sì, fu una forma di ribellione a tutto ciò che ci circondava e che non ci piaceva.

The Flowers era una sigla che andava oltre la band vero? Io in quegli anni vi frequentavo….
Donato: Sì, i Flowers erano un ambiente aperto fatto di personaggi che giravano attorno alla band. Era una sorta di laboratorio intellettuale oltre che musicale nel quale si discuteva e ci si confrontava.


Voi eravate una cover-band come il 90 % dei gruppi baresi (ma anche nazionali) di quegli anni.
Ricordate i vostri cavalli di battaglia?
Donato: Mercy Mercy degli Stones, Hey Joe fatta alla maniera dei Byrds o psichedelico/orientaleggiante alla Shadows of Knight era il nostro pezzo forte, ed ancora When I Was Young degli Animals, Gloria e Dark Side degli Shadows of Knight, e Satisfaction .
La matrice nera poi per noi più di altri gruppi locali fu importante, il blues ed il r&b, a partire da Memphis Slim, Otis Spann, Ray Charles sino a Wilson Pickett: non a caso i Rolling Stones, che della ‘lezione’ nera erano impregnati sino al midollo erano il nostro gruppo preferito.
Ciro: Vorrei aggiungere che eravamo sì una cover-band ma ci distinguevamo dal 99 % delle cover-bands baresi che eseguivano pedissequamente un brano tale e quale all’originale. Noi improvvisavamo, anche in concerti ufficiali, partendo dallo schema principale senza risparmiarci, per cui il brano si sapeva quando iniziava ma non quando sarebbe finito. In questo eravamo davvero unici. Scrivilo!


Avevate rapporti con altri gruppi e famiglie beat baresi, o tra voi c’era rivalità?
Ninni: Premetto che io provenivo dalla Bari ‘bene’ e che fui accettato, all’inizio con un po’ di diffidenza nel gruppo “Flowers” tramite Ciro, conosciuto tra i banchi dell’istituto “Panetti” ….acerbi studenti ma già con tanta voglia di Stones!
Dai Flowers sono stato letteralmente ‘svezzato’ sia musicalmente che intellettualmente.
Che io ricordi (ma forse mento spudoratamente) non c’erano rivalità con altre bands, anzi spesso si andava a fare concerti insieme e noi da gruppo-spalla spesso diventavamo i veri protagonisti della serata. Uno spirito di rivalità avrebbe significato andare contro la filosofia dei Flowers!

Donato: Rivalità no, ma una certa concorrenza c’era, come in tutte le comunità. Ricordo ad esempio quella con Lino Rossini & The Hawks, Dragoni, The Bears, , The Roads etc…
Ciro: Sì, tra l’altro io con Rossini avevo suonato la batteria negli Hawks, insieme a Piero Maremonti al basso, oggi un pediatra affermato. Suonavamo soprattutto materiale degli Shadows, si era nel 1964/65. Ma durammo poco.
Rossini confluì nei Dragoni di Franco Florio, io formai con Ninni Donato e Nico “The Flowers”.

Qual’era il gruppo che apprezzavate di più ?
Donato: Certamente The Bears, che ci ospitavano per lunghe jam-sessions insieme il sabato e la domenica sera nel loro locale in via Q.Sella, accanto al MiniPiper. The Bears erano specializzati nel repertorio degli Yardbirds (… ma anche Traffic, Cream e Blind Faith aggiunge il sottoscritto essendo stato presente a qualcuna di quelle magiche serate !) .
The Bears erano Mimmo Bucci alla chitarra solista, Piero Matarrese alla voce, Duccio e poi Robertino Emiliano alla batteria, Vito Alloggio detto Scarano ed in seguito Micky Ruta al basso.
Ciro: Poi c’erano The Blackbirds con Nino Losito alla chitarra Pino di Giulio al basso Nunzio ‘Cucciolo’ Favia, un batterista fenomenale (forse all’epoca il più virtuoso del reame!) che in seguito emigrò suonando con gli Osage Tribe, Trip, Dik Dik e Franco Simone, e non so con chi altro, che eseguivano materiale straniero, I Diavoli Rossi con Gino Giangregorio alla chitarra e Antonio De robertis alla batteria che suonavano Kinks e Stones e tra i nostri ‘avversari’ The Roads con Matteo ‘Spaghetto’ Pesce alla batteria che idolatravano i R.Stones come noi. The Jaguars invece erano i nostri fratelli maggiori, e spesso andavamo a sentirli alla Sala Arezzo nel quartiere Carrassi; eseguivano materiale commerciale ma anche Beatles etc…
Donato: Fecero più da modello ai Diavoli Rossi !

Quali bands invece non rientravano nei vostri gusti ?
Ciro: Quelli più commerciali come I Lampi, che eseguivano una sorta di r&b/soul italiano e
The Crickets anche loro commerciali ma ricordo bravi
.

Ed i famosi Hugu Tugu, li conoscevate?
Ninni: Io andai a sentirli e rimasi di stucco; ero molto giovane e loro parecchio più grandi di me. Stiamo parlando del ‘65/’66. Facevano molto commerciale, ma anche Beatles e materiale straniero, da Piccola Katty a Ticket to ride . Gli Hugu Tugu erano Paolo Lepore alla batteria, Franco Sciannimanico alla chitarra solista, Gianni Giannotti alla chitarra ritmica, Ilario in seguito Emiliano al basso e Cesare DeNapoli alla voce. Tecnicamente erano molto dotati, hanno anche inciso, ma hanno ritenuto di rimanere in ambito commerciale.
Donato: Parteciparono anche al Cantagiro, firmarono un contratto con la RCA ed io ricordo una loro bella versione italiana di Somebody To Love dei J.Airplane su 45 giri.
The Flowers invece non hanno mai varcato i confini della Puglia, né inciso vero?
Ciro: modestamente
!

Quali vostri concerti ricordate maggiormente ?
Ciro: Ricordo un festival rock a Triggiano, al cineteatro Lombardi con ospiti I Camaleonti…che ci elogiarono!!! (Ma non ci portarono con loro)! Poi ricordo le nostre imprese al MiniPiper, al Big-Clan, al Sidereo Club di Palese, dei veglioni per i ragazzi dell’istituto Scacchi e al Fagiolo di Carbonara, dove suonarono tra gli altri anche I Primitives di Mal. Il Fagiolo era un locale ‘in’ che ospitava anche gruppi importanti e stranieri.

Intorno alla band THE FLOWERS giravano altri personaggi anche bizzarri. Quali ricordate aver interagito con voi musicalmente o solo dal punto di vista esistenziale?
Ninni: Certamente Epaminonda Nikasis, un ragazzo greco che si presentò una sera come un’apparizione e mi (ci) sconvolse perché suonava la chitarra tirando le corde ed alterando le note mentre noi eravamo abituati a suonare come gli Shadows, a corde libere e pizzicandole semplicemente.
Praticamente ci insegnò a suonare la chitarra ed i riffs come Chuck Berry e Keith Richards. Per me fu uno stravolgimento totale.

Ciro: Tanto è vero che oltre a suonare con noi per un certo tempo, suonò anche come ospite nei Flowers Three, una formazione parallela con me, alla batteria Franco Catacchio alla chitarra e Franco Sabino al basso.
Poi tra i soggetti pittoreschi che ruotavano intorno a noi c’erano Fracco ‘ il pittore’, ‘Cavallo Pazzo’ fan sfegatato di Frank Zappa, il lungo Alessio detto “Alè” Dino Panza, Pasquale Adesso detto “Packy” grande estimatore di Fabrizio DeAndrè ed altri individui che transitavano occasionalmente nei locali di via Galiani, quello più importante, via Gabrieli, via Fornelli, tutti nel quartiere Carrassi.

Pasquale Boffoli : Permettimi però Ciro a questo punto di citare anche tuo fratello (nonché mio cugino) Franco ‘Sgallett’ Neglia, armonicista sopraffino, membro occulto dei Flowers. E’ stato lui che mi ha iniziato all’armonica. Sorta di introverso e carismatico guru beat, coerente sino all’autolesionismo con la sua ideologia di girovago, tra Grecia e Francia, Olanda ed India. Fu lui anche ad introdurmi agli aromi forti ed alle spirali psichedeliche di dischi come Between The Buttons, Are You Experienced, Blonde on Blonde. A lui devo molto della mia formazione musicale rock basica.

In definitiva gli anni ’60 per i Flowers cosa hanno rappresentato?
Donato: Uscita dall’autoritarismo, dalla mentalità autoritaria nel senso più lato del termine.
Ciro: Ed anche un’identificazione con l’ideologia di sinistra pur se anarcoide e "capellonesca". Solo Nico Salvemini tra noi era inquadrato nel partito comunista a tutti gli effetti, per noi invece si è trattato principalmente di ribellione esistenziale, un mettersi alla prova sperimentando percorsi (non solo a livello di viaggi) alternativi a quelli che all’epoca venivano riconosciuti come tradizionali e sacrosanti.

Che senso ha resuscitare la sigla THE FLOWERS nel nuovo millennio alla luce di quanto detto sinora?
Ciro: Prima di tutto ribadire, a 40 anni di distanza, la bontà di certi valori musicali e soprattutto umani: il fatto di ritrovarsi con alcuni compagni di allora, il piacere di suonare e di stare insieme, verificando i rispettivi percorsi musicali mettendosi in discussione artisticamente e non solo.
Poi THE FLOWERS, approntando un aspetto didattico molto importante, attraverso il LARGE SOUL PROJECT si propongono di preservare la memoria di 50 anni di rock e di tutto quello che hanno immagazzinato in essi per riproporlo alle vecchie e nuove generazioni.
E non è poco.

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Wednesday, November 29, 2006

ROBYN HITCHCOCK Interviewed "Talks About "Spooked" and..." (2004)











Io amo da sempre sir ROBYN HITCHCOCK e considero i SOFT BOYS tra le mie bands preferite di tutti i tempi ("Underwater Moonlight", "Queen Of Eyes"...ah, what a delights!) . E' perciò con grande piacere che pubblico questa interview fatta da P. Boffoli nel 2004 a Robyn .
Michele

by Pasquale Boffoli p.boffoli@tiscalinet.it
Circa due anni fa riuscii ad intervistare ,grazie alla mediazione di Marco Grompi della I.R.D, ROBYN HITCHCOCK, uno dei più grandi songwriters inglesi a mio parere degli ultimi 30 anni, allora di passaggio in Italia per un concerto in occasione dell'uscita del suo album (inciso in America) "SPOOKED", album davvero consigliatissimo per le sue sonorità particolari e la felice ispirazione di Hitchcock.
Ve la propongo sperando possiate trovarci motivi di interesse per riscoprire o scoprire ex-novo questo grande artista, ma anche in occasione della recente uscita del suo nuovo lavoro, "OH ! TARANTULA", registrato con la collaborazione dei Venus 3.

Alla fine di una travagliata gestazione questa intervista via e-mail con ROBYN HITCHCOCK è andata in porto: non potevamo lasciarci sfuggire l'occasione di approfondire con il grande minstrel britannico che ha suonato l'8 Febbraio 2004 a Milano, unica data italiana del tour, soprattutto alcune tematiche riguardanti SPOOKED (Proper Rec./IRD) il suo ultimo stupendo lavoro uscito sul declinare del 2004.
"Spooked", ricco di fascinose ballate, inciso a Nashville con le preziose collaborazioni di Gillian Welch e David Rawlings, due rappresentanti del folk-revival americano, ci ha restituito un Hitchcock maturo calato ancor più intensamente nel suo tipico songwriting onirico, ma con un afflato folk / dylaniano accentuato.
I voli lisergici sono ormai lontani nel tempo anche se riaffiorano talvolta in Spooked .
Hitchcock ha comunque conservato, almeno dal tenore delle sue risposte, quel proverbiale spirito surreale che contraddistingue da sempre l'uomo quanto l'artista.Un doveroso grazie per il buon esito di questa intervista a Marco Grompi della I.R.D., Davide Sapienza e Donatella Portoghese per la sua sagacia di traduttrice.
Robyn, a giudicare dal tuo ultimo lavoro, Spooked, e da brani stupendi come "English Girl", "Tryin' to get in heaven before they close the door", "Sometimes a blonde", sembra che la slow-ballad sia diventata il mezzo espressivo a te più consono.
In effetti, più invecchi e più i tuoi tempi rallentano. Ormai suono alcune delle mie vecchie canzoni a metà della loro velocità originale. Sai, quando uno é giovane, l'universo si espande fino a coprire milioni di chilometri in un lampo secondo, quando uno inizia a maturare, diventa fisso, immobile, uniforme e pulsa al ritmo di profonde vene emozionali, e poi quando uno invecchia implode su stesso. Per me è la stessa cosa. Sono come una vecchia colonna romana che aspetta di finire in mostra in un museo o di disintegrarsi.
In Demons and friends c'é invece molto sentore di blues e gospel.
Si tratta di una vecchia canzone che ho composto circa vent'anni fa o forse più. Lavorare con Gillian e David me l'ha riportata alla mente, così l'ho ripescata dal fondo della memoria e gliel'ho proposta. Ero sicuro che loro erano perfetti per quel pezzo, come nessun'altro sarebbe stato mai. Mi hanno interrotto pensando che stessi scherzando!
I brani che mi ricordano di più i Soft Boys sono If you know time con quel riff che fa tanto Rain e l'orientaleggiante/psichedelica Everybody needs love, con tanto di sitar .
La "beatle-music" colpisce ancora! Anche senza percussioni e chitarre elettriche, quel particolare ronzio ritorna. Avevo 13 anni nel 1966 e questo resterà sempre per me un fatto importante. Non si dimentica ciò che ti ha influenzato a quell'età. Ho sempre adorato quel suono, e ce n'è in abbondanza anche nei Soft Boys, no? Il sitar elettrico è una chitarra con delle corde fatte apposta per creare quel suono, che risuonano proprio accanto ai microfoni, e una corda di metallo sottile o di carta (non so, ero senza occhiali) contro cui le altre corde si strofinano, producendo quel tipico scricchiolio.
Robyn, che succede se '... non si riesce ad entrare in paradiso prima che chiudano le porte ' ?
Dovresti chiederlo a Bob Dylan, ne parla in una delle sua canzoni, no? Probabilmente si perde l'opportunità di una bella cena col Papa. Ma Dylan l'ha incontrato ugualmente e quindi almeno lui è a posto!
Mi spieghi il significato di Spooked, il titolo del tuo ultimo lavoro.
Significa essere ridotto al terrore da un gioco (e da un bel mucchio di soldi), un po' come l'America di oggi. La minaccia potrebbe essere reale, ma la paura assume una dimensione teatrale che fa molto comodo sia al governo sia a coloro che controlano i mass-media.
'Robyn Sings ' comprende registrazioni comprese tra il 1996 ed il 2001 ...quindi é un omaggio di Robyn Hitchcock molto meditato al maestro Bob Dylan ?
Conservavo alcune mie registrazioni mentre cantavo canzoni di Dylan e alcune di questo le ho fatte ascoltare ad alcune persone che mi hanno chiesto se avessi voglia di inciderle ed alla fine ho accettato. Poi sono stati aggiunti altri tre pezzi per rendere completa la raccolta. Ne è venuta fuori una gran bella collection, ma per nulla meditata, credimi.Bob Dylan era il primo autore di cui imparavo le canzoni alla chitarra. Erano facili da suonare, ma difficili da interpretare e soprattutto da eseguire con una voce che non sia quella di Dylan o almeno un'ombra di quella di Dylan. Sto ancora imparando a come suonare "Visions of Johanna", anche se sono passati circa quarant'anni dalla prima volta che l'ho ascoltata.Ma devo dire che la suono meglio di quanto faccia Dylan oggi, forse è un brano che riveste più significato per me che per lui! "Great master" è un termine troppo delicato per definirlo, di solito ci si rivolge a Dylan con termini come "brillante" o "terribile". E' vero che dal vivo, "massacra" le sue vecchie canzoni, ma i suoi due ultimi album sono stati molto buoni.
Anche Television e Full Moon in My Soul ci regalano un Hitchcock molto "morbido" e meditabondo....ma come sono i tuoi rapporti con il piccolo schermo ?
C'è davvero molto da contemplare intorno a te ed io sono in questo stato contemplativo da quando avevo 12 anni. Ho sempre preferito la dimensione contemplativa al gioco del calcio. Queste due canzoni che tu citi potrebbero essere cantate da una donna ed, in effetti, le canta Gillian Welch, ma anche da David Rawlings che è un uomo, come me.A ciascuno il proprio "media", potrei dire. Per quel che mi riguarda, sono i giornali a stampo liberale e la TV a raccontarmi il mondo come io credo che sia. Altri naturalmente preferiscono il mondo dipinto da Murdoch o da Berlusconi. Grazie a Dio c'è la BBC!E' difficile avere le notizie nel modo giusto in America.

Jewels for Sophia e Star for Bram hanno un rapporto di contiguità ispirativa ?
Bram e Sophia stavano insieme alcuni anni fa. Non li ho mai incontrati ma avevo sentito che erano delle persone assolutamente speciali. Ma come si può raggiungere delle persone ormai lontane? Avrei voluto incontrarle e dare i loro nomi agli albums che contengono le mie sessions dal 97' al 99'.
Quali sono oggi i tuoi rapporti con gli Egyptians ?
Morris Windsor suona le percussioni e a volte canta anche con me, alle feste o durante gli shows in Inghilterra. Per un bel po', non ho più visto Andy Metcalfe, ma credo stia bene. Il circo degli Egyptians/Soft Boys non è molto socievole, ci siamo sempre solo incontrati per suonare insieme.
Mi parli della tua collaborazione del 1998 con Jonathan Demme ?
Nel 1996 Jonathan Demme organizzò e filmò un concerto in cui suonavo in una vetrina di un negozio sulla 14esima strada a New York. E' bellissimo sia dal punto di vista del suono che da quello delle immagini, anche se io sorrido una sola volta nel video. Deni Bonet suona il violino in alcune canzoni e Tim Keegan si unisce a me con la chitarra verso la fine. Il film si chiama "Storefront Hitchcock" ed è disponibile in DVD.
Il pensiero di Robyn Hitchcock sulle scelte politiche internazionali di Tony Blair ?
Penso che abbia commesso un grosso sbaglio alleandosi così strettamente con l'America di George Bush, specialmente quando ha deciso di invadere l'Iraq. Posso capire il desiderio di legare l'Europa all'America, ma Blair sembra aver semplicemente rimorchiato la Gran Bretagna attraverso tutto l'oceano Atlantico per andarla ad ormeggiare direttamente a Washington DC. Non potrei più votare per lui adesso, sarebbe come votare per Bush. Non riesco proprio capire se Blair si renda conto di ciò che sta facendo?!
Sei stato sempre accostato dalla stampa ad artisti psichedelici ed onirici come Syd Barrett e John Lennon....ma in realtà quanto hanno contato ed in che modo sei stato influenzato da essi in passato ed oggi nel tuo processo creativo ?
Queste sono state sicuramente le mie due maggiori influenze musicali, insieme a Dylan, che a sua volta ha influenzato Lennon e Barrett. Non credo di aver avuto nessuna influenza da loro, ma piuttosto mi vedo come uno di loro, questo si.Dylan ha liberato il musicista che era in me, Barrett mi ha aiutato a forgiare il mio stile e la mia identità e John Lennon è quello che più spesso sento risuonare nella mia voce mentre canto, soprattutto ultimamente.
Esiste un fil-rouge oltre che musicalmente anche nelle liriche di Spooked ?
Non l'ho notato, ma penso che si possa facilmente trovarvi un filo conduttore. Credo immensamente nella verità dell'inconscio.
Grazie per la tua disponibilità Robyn
Grazie mille! Right, ciao

(translation by DONATELLA PORTOGHESE)
http://musicbx.blogspot.com/
ps: una cover mp3 della grande "Heaven" di Robyn, eseguita dalla storica indie-band veronese LE MADRI DELLA PSICANALISI nel 1993 live a Castelnuovo del Garda (VR) is here:

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Thursday, August 10, 2006

GUN CLUB GRAFFITI ( with a live report directly from a 1984 fanzine




Quando ero un ragazzino e giocavo centravanti nel campionato "allievi "provinciale (quell'anno fui capocannoniere con 19 reti in 18 partite.., ero un gran figlio di ...alla Gerd Muller, nel senso che spesso per 80 minuti ero capace di non toccare una dannata palla che fosse una (anche perchè ero più svogliato di SOCRATES "O dotor" e del "Kobra" DARKO PANCEV messi assieme); ma alla prima occasione buona in area "punivo") ; ogni domenica mattina mi "concentravo" ,prima di andare al campo di "giuoco"(come direbbe Paolo Valenti) , ascoltando un pò di dischetti,...Along with CHESTERFIELD KINGS; HOODOO GURUS; LONG RYDERS; JESUS & MARY CHAIN , uno dei vinili che più mettevo sul piatto per "caricarmi" era "Miami" dei GUN CLUB; soprattutto l'esplosiva "Devil In The Woods" e "Bad Indian".
Perciò sono felice di presentarvi questo "special" GUN CLUB di Pasquale; con allegato un interessante live report d'époque inerente un gig dei GC del 1984 , in provincia di Bari, sorta di istantanea in b/n che ben fotografa , a mio parere,quello che era il personaggio "maudit" Jeffrey Lee Pierce.
(pictures taken from http://www.thegunclub.net/ )
Michele

INTRO
Dei Gun Club non parla ormai quasi più nessuno: magnifici 'losers' del rock&roll americano, praticamente emanazione di un 'loser' per eccellenza, il tormentato Jeffrey Lee Pierce, passato a miglior vita da molte lune.

I G.C. sono stati negli anni '80 i signori incontrastati del punk-blues, precorrendo tutta una serie di sporchi utopisti : Jon Spencer B.E....Bassholes...Gibson Brothers..Honeymoon Killers...che muovendo dalle loro intuizioni avrebbero dimostrato negli anni successivi che il matrimonio tra l'approccio offensivo e rumoroso del punk e la verginità delle radici da utopia poteva trasformarsi in febbricitante espressione artistica.
Il 1984 fu un anno cruciale per i Gun Club: pubblicarono uno dei loro album migliori(The Las Vegas Story ;di cui vi parlo in questo articolo) e suonarono ,tra l'altro, a lungo in Europa: non so come, ma grazie ad una coraggiosa associazione culturale barese capitarono anche nel nostro profondo sud, a due passi da casa mia!
Ho pensato che riproporvi la mia cronaca live di allora non fosse poi una così cattiva idea. Eccovi allora questo bruciante flash del passato...

"'Jeffrey Lee Pierce, biondo, figura tozza e corpulenta, cantante, compositore e chitarrista sui generis, guida i Gun Club da sempre, plasmandoli col suo carisma maledetto.
Spesso penso a lui quale erede legittimo di Jim Morrison, per il suo modo di fare poesia, per i suoi moduli vocali strazianti, cupi ma soprattutto per la sua sregolatezza esistenziale, che ha già fatto di lui agli occhi di molti un eroe negativo.....'"
Così scrivevo su un giornalino locale in occasione di un concerto tenuto dai Gun Club verso la fine del 1984 in un cinema in provincia di Bari.
Queste parole, forse un pò enfatiche, erano però scritte in preda all'eccitazione per un avvenimento eccezionale: l'esibizione di un gruppo che i quegli anni era idolatrato da me e da una ristretta ma fedelissima schiera di fans italiani e che attraversava un felicissimo momento creativo.
The Las Vegas Story, album ispiratissimo e maledettamente lirico sino all'ultimo solco, era uscito appunto in quel 1984 . Permettete che ve ne parli prima di passare alla "hot" materia ‘ live ‘ .
THE LAS VEGAS STORY
Dopo il disperato e.p. Death Party i Gun Club incidono quel quasi-capolavoro che risponde al nome di The Las Vegas Story, per l'Animal Records, prodotto da Jeff Eyrich.

Ed eccolo Kid Congo Powers, riunirsi al suo antico compagno, era nell'aria e meno male che il ricongiungimento è avvenuto, perché Kid é assolutamente selvaggio e funzionale, nel suo stile chitarristico, ai 'bad trips' di Jeffrey; il suo excessive feedback (come é definito nelle note di copertina) é a volte più efficace ed evocativo di qualsiasi solo tradizionale.
La produzione del 33 giri é magistrale, rendendolo (grazie ad una continuità notevole di atmosfere) l’epopea di un'America decadente e profondamente inquietante: Bad America, My Dreams, Give Up The Sun, Stranger In Our Town, sono monumentali elegie elettriche; epitaffi indelebili di un'anima pura, persa sullo sfondo degli anni del disagio reaganiano. Come dimenticare poi My Man's Gone Now, il blues di George Gershwin che inaugura la seconda facciata, con Jeffrey che sfodera uno swing insospettabile su un piano vibrante, una cosa molto vicina al trattamento che Nick Cave riserva da sempre al blues : lo definirei quasi ‘ dark-swing ‘. Disco fondamentale per capire la "Bad America" degli anni '80.

GUN CLUB LIVE-1984/Cineteatro Lombardi : Triggiano/Bari

Le voci circa il menefreghismo di Jeffrey Lee Pierce nei confronti del pubblico erano fondate: la prima parte della serata fu all'insegna del caos sonoro più sconcertante; Jeffrey, visibilmente fuori di testa (chissà di cosa!) se ne é fregato della tonalità di parecchi brani brutalizzandoli con il suo vocalismo svogliato ed occasionale, suonando la chitarra ritmica in modo disastroso...

Si direbbe che il biondo stravolto volesse svolgere apposta una massiccia azione di disturbo sulla ritmica sempre precisa di Terry Graham (drums) e della dark-lady Patricia Morrison (bass).
Anche le buone cose cose di Kid Congo Powers, chitarrista tutto effetti e feedback, Lui le ha coperte e rovinate con la sua mano pasticciona ed eccessiva!
Ma da personaggio lunatico ed imprevedibile quale Pierce é sempre stato all'improvviso ha lasciato perdere quel punkismo gratuito ed autocompiaciuto nel quale si era rifugiato 'totally stoned' e si é calato molto più attentamente e con giusta concentrazione nel feeling dei brani successivi, regalandoci delle versioni indimenticabili del classico "Sex Beat", di Cool Drink Of Water e intense e sofferte interpretazioni di Walkin' With The Beast, Stranger In Our Town.
Ma é stato con Jack On Fire che i Gun Club hanno dimostrato quella sera la loro grandezza on stage quando riuscivano......ad entrare in feeling e ad amalgamarsi: a luci spente ci hanno lasciato tutti col fiato sospeso, la ritmica inesorabile a scandire il blues voodoo misterico degli inizi del gruppo (Fire Of Love..); Kid Congo librava nell'aria ormai satura di vibrazioni tossiche i glissati della sua chitarra, lamenti ancestrali di bestia ferita, mentre Jeffrey nell'oscurità si aggirava per il palco recitando con enfasi il suo copione di dolore e di squilibrato alcolista... Devo dire che mi sconvolse: lasciata la chitarra, ha rantolato sul palco, gettandosi a corpo morto più volte tra le prime file; si é arrampicato sugli amplificatori, rimanendoci accovacciato come una pantera ferita...mentre guardava il pubblico minacciosamente, in procinto di lanciarsi da un momento all'altro.
Il suo approccio on stage era completamente fisico e tragico, di pura ascendenza morrisoniana, e riusciva a creare nell'audience reazioni molto contrastanti e violente.... Posso dire, per quanto mi riguarda, che si é trattata di una delle esperienze live più sconcertanti che io abbia mai vissuto...e rimarrà scolpita nella mia memoria in modo indelebile "
Pasquale Boffoli

p.boffoli@tiscalinet.it

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Saturday, August 05, 2006

HOODOO GURUS r'n'r morning! (..and a tomato sauce)



My god; after some years I've putted again on the stereo HOODOO GURUS "Stoneage Romeos",...GREAT great disc,I loved this band and I'll always love...is a fuckin' hour that I'm listening continuosly to " I Want You Back" , "Dig It Up", "Death Ship" , "My Girl" ; "Arthur" ; and "(Let's All) Turn On" at a very very high VOLUME,...my mother is boiling a sauce ("conserva" in italian: you boil for 3 hours fresh tomatoes with olive oil , fresh basil and a bit of onion and...voilà!) with our( very) red tomatoes just picked up in the garden,...I have an half idea she wanna put a cooking knife in my belly ' (or , worst again, to put a bunch of crude spaghetti up into my ass)..cos of the high volume r'n'r! :)
HOODOO GURUS in our hearts forever:) yeah!

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Friday, August 04, 2006

for BADFINGER fans




Mi ha scritto Morten Vindberg, webmaster del sito tributo ai BADFINGER. Sta preparando un 3CD Box set ( "The Ultimate Badfinger Collection")inerente la great UK band (per inciso ,una delle mie preferite in assoluto).
So sta sondando i fans all over the world perchè indichino le canzoni che preferirebbero vedere inserite nel Box.
Chiunque volesse votare , questi sono i links:
http://www.angelfire.com/nv/Badfinger/UCOLLECTION.html
http://www.angelfire.com/nv/Badfinger/Ultimate.html

W les BADFINGER.

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Wednesday, August 02, 2006

VOODOO RHYTHM (Suisse) special














Et voilà a little special/intro (written by Pasquale) to the stompy , wild r'n'r sounds of the suisse label VOODOO RHYTHM rec. owned by REVEREND BEAT-MAN. Appréciez-vous !

Michele
contacts www.voodoorhythm.com
Voodoo Rhythm : a wild little label

L’etichetta svizzera di Reverend Beat-Man, la VOODOO RHYTHM RECORDS, è divenuta negli ultimi anni, e cioè i primissimi del nuovo millennio, una label di culto internazionale attenendosi sempre strettamente al verbo garage, blues-trash e primitive rock’n’roll .
Ma già dagli anni ’90 , con bands e produzioni estreme ed a volte bizzarre come DEAD BROTHERS, MONSTERS, aveva dimostrato di essere interessata unicamente al lato più oscuro e meno ortodosso del rock, ed in alcuni casi ad incesti contronatura tra generi molto diversi(polka, zydeco, punk, cabaret)come nel caso dei WATZLOVES , coerentemente con la ragione sociale che si era data ed alcuni sottoragioni : ‘ Records to ruin any party !"
‘ .
E’ diventata poi ,nel nuovo millennio ,una sorta di accogliente ovile cosmopolita.
Ecco un sintetico campionario del suo catalogo nuovo millennio : transfughi del garage punk storico americano come
GET LOST ( Never Come Back / 2002) ovvero Gerry Mohr e Robert Butler ( Miracle Workers, Cavemanish Boys…);il ruspante rockabilly degli HORMONAUTS (Hormone Hop / 2001); perduti eroi r&roll degli anni ’50 come JERRY J.NIXON (Gentleman of rock’n’roll/ 2003); le perverse incursioni trash-demenziali del boss REVEREND BEAT-MAN con gli UN-BELIEVERS (Get on your knees / 2001) , i DIE ZORROS (History of rock vol.7 / 2002) e THE CHURCH OF HERPES ( 2005); micidiali noise-bands come i brasiliani THEE BUTCHERS ORCHESTRA: la violenza originaria degli Stones calata nel nuovo millennio ( Stop talking about music, let’s celebrate it / 2004) , prodotto da Tim Kerr ;agguerriti garagers come gli spagnoli WAU Y LOS ARRRGHS !!! (Cantan en Espanol / 2005); i losangelini THE GUILTY HEARTS ( 2005), artefici di un incredibile corposissimo debutto marchiato a fuoco da fantasmi Gun Club (di cui coverizzano Jack on Fire);inafferrabili ed istrioniche figure come KING KHAN & HIS SHRINES artefice di un r&b schizoide ( Three Hairs & You’re Mine / 2001 ); vaneggianti interpreti di punk’n’roll grezzo e primitivo come THE COME N’ GO ; il lo-fi trash-robotico di KING AUTOMATIC ( Automatic Ray / 2005):ovvero il batterista dei Thundercrack che ,dalla Francia, mixa in modo conturbante rock’n’roll, blues, Kraftwerk e Devo ( di cui coverizza una "Mongoloid" che più lo-fi non si può!) in una sorta di New Wave del Raw Blues Punk ; il divertente ed ironico hillbilly bianco(venato di country e bluegrass) di ZENO TORNADO AND THE BONEY GOOGLE BROTHERS ( Dirty dope infected blue grass hilbilly hobo XXX country music/ 2003 ; Lover of your dreams); il chicago-blues ed il boogie di JOHN SCHOOLEY ( And his one man band / 2005 ) ; il fifties-doo woop sound di HIPBONE SLIM AND THE KNEES TREMBLERS ( Have knees with tremble / 2005 ) ;
Un affresco di generi davvero sorprendente, ben riassunti nell’esauriente sample n.2 della Voodoo Rhythm del 2005 dove appaiono anche vecchi grandi brani dei cattivi fuzz-men THE MONSTERS ( Burn my mind ) e degli old-style guitarists DEAD BROTHERS ( Swing )


by Pasquale Boffoli

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Monday, June 05, 2006

MIKE STAX interview: a CRAWDADDYS / TELL TALE HEARTS /The LOONS history







When I was a young highschool student, suddenly, punk begun to bore me. Were the times when punk became a blank formula and he had lost his dadaist/artsy /rock'n'roll peculiarities.
A day a classmate sold me at school a vynil called "Texas Punk From the 60's" (EVA) and, when I returned home, I felt instantly in love with those sounds.(for example MOUSE & THE TRAPS were fantastic). In short I became a great fan of The BARRACUDAS, The LONG RYDERS, The CHESTERFIELD KINGS , The THINGS , PRETTY THINGS ,GREEN ON RED , RAIN PARADE , SICK ROSE , The TELL TALE HEARTS , LAST ,PRISONERS ,BACKDOOR MEN ,REMAINS ,LOVE and many many many others. TELL TALE HEARTS and CRAWDADDYS ,in particular ,were great in repropose and renew the exploding r'n'b sound of the early PRETTY THINGS and of the wonderful dutch bands of the mid 60s as The OUTSIDERS, Q65 ecc.
So voilà a cool interview to MIKE STAX (CRAWDADDYS / TELL TALE HEARTS / LOONS etc.) made by Gianluca Tedesco ( of VIV PRINCE EXPERIENCE) on the nice r'n'r blog THIS HEART DOESN'T RUN about one year ago.
The interview is really interesting cos Mike explains well the origins of his "militance" in rock'n'roll and how he left suddenly his small village in the Yorkshire to go in San Diego , California for the pure passion of the 60s r'n'r. Too he talk of his new band, The LOONS,another great band, 2 LOONS'tracks are downloadable at http://www.myspace.com/theloons
Grazie a Gianluca e ad Andrea Valentini per la gentilissima concessione/collaborazione W The FLAMIN' GROOVIES forever:)
Michel

INTERVISTA A MIKE STAX Part Two: Crawdaddys, Tell Tale Hearts and more
1) Come e’ potuto accadere che un ragazzo inglese come te, sia andato a finire in band Californiana come i Crawaddadys? Puoi raccontarci brevemente la storia del gruppo?
Mike: I Crawdaddys nascono per mano di Ron Silva e Steve Potter a San Diego, in California nel 1978. Nel 1979 pubblicano il loro primo album Crawdaddy Express sulla Voxx di Greg Shaw (R.I.P.). Nei primi mesi del 1980 pubblicano due 7” sempre su Voxx.
Io ero uno studente che viveva in un piccolo villaggio dello Yorkshire quando ho ascoltato i Crawdaddys alla radio nel programma di John Peel. Sono uscito e ho comprato i loro dischi. Ero un grandissimo fan degli Stones/Yardbirds/Pretty Things e sono stato spazzato via nell’ ascoltare una nuova band che suonava autentico 1965/65 r’n’b’ inglese. Ho scritto una lettera da fan alla band e Ron Silva mi ha risposto invitandomi ad unirmi alla band come bassista.
Così sono andato a San Diego e nel novembre del 1980 sono entrato nei Crawdaddys. Il mio primo periodo con la band e’ durato fino al giugno del 1981. Sono tornato nel gruppo nel marzo dell’ 82 e ho suonato con loro fino alla fine dell’ estate dell’ 83’. Durante questo periodo abbiamo registrato un po’ di materiale ma niente e’ stato pubblicato se non dopo. Alcune registrazioni sono apparse su un album intitolato Here Tis’ su Voxx Records, altre canzoni su un Ep uscito in Spagna durante la meta degli anni ottanta.
2) Qual’ era la reazione del pubblico ai vs. concerti, voglio dire suonavate del selvaggio r’n’b’ negli anni ottanta?
Mike: Le persone non sapevano cosa fare di noi. Noi eravamo un completo “regresso” ad un’ altra, molto più "primitiva" epoca, quando la maggior parte dei gruppi cercavano disperatamente di essere moderni e new wave. Ma il gruppo era realmente buono e così alla fine avevamo un discreto seguito.
3) Sai cosa stanno facendo adesso i membri del gruppo?
MIke: Ron Silva vive ad Oakland in California. Negli ultimi 20 anni (o quasi) ha suonato con Carl Rusk e Tom Ward nei Nashville Ramblers a.k.a. The Black Diamonds. La maggiorParte degli altri vive ancora a San Diego, suonando musica
4) Dopo i Crawdaddys, hai formato i Tell Tale Hearts, parlaci dei primi tempi della band, dove avete preso il nome?
MIke: Ho formato i Tell Tale Hearts nell’ agosto del 1983 con Bill Calhoun, Ray Brandes, Erich Bacher e David Klowden. Ho scelto il nome prendendolo da un racconto di Edgar A.Poe. Il nostro suono combinava il sound selvaggio e bluesy delle band inglesi dei medi sessanta con in aggiunta le influenze dei gruppi garage americani e in particolar modo i 13th Floor Elevators, gli Shadows of Knight e i Seeds.
Stavamo anche scoprendo tutti questi strani e fantastici gruppi della scena Olandese come gli Outsiders e i Q-65. Più importante comunque, fin dall’ inizio ,volevamo scrivere i nostri pezzi e lasciare il nostro marchio personale nella storia della musica piuttosto che limitarci a mettere in scena un’ epoca particolare.
Mentre qualche volta i Crawdaddys avevano questa aria snob da “musicisti seri” i Tell Tale Hearts erano totalmente fuori controllo. I nostri primi concerti erano improntati al caos, con membri del gruppo che cadevano, qualche volta finendo giù dal palco in preda a stati mentali alterati. Non c’era nessuna delle costrizioni autoimposte dei Crawdaddys, volevamo che la nostra musica fosse la più selvaggia e uncontrollable possibile.
Il nostro spirito era contagioso e (di solito) divertente così ci costruimmo velocemente un buon seguito localmente. Quasi subito firmammo un contratto con la Bomp/Voxx Records e registrammo il nostro primo disco nel 1984. Nel 1985 pubblicammo un 12” Ep con sei pezzi (The Now sound of The Tell Tale Hearts). Il gruppo e’ andato avanti fino al 1987
.5) Qual’ era la tua canzone preferita dal songbook dei Tell Tale Hearts?
Mike: Ho un po’ di favorite. “Crackin up” dal nostro primo demo tape (pubblicato sul cd raccolta High Tide), per via dell’ energia e della crudezza. “Forever Alone” sul primo disco, perché mi ricorda un sacco di bei momenti passati con Bill, eravamo compagni di stanza e scrivevamo i pezzi insieme a quel tempo.
Anche Bye Baby” dall’ Ep “Now Sound” e “Promise” che e’ stato il nostro ultimo singolo, con il grande Pete Miesner (ex-Crawdaddys) alla chitarra.
6) Secondo me i Tell Tale Hearts sono uno dei migliori gruppi della scena garage-revival, pensi che siate stati sottovalutati come gruppo?
Mike: Bene, sono lusingato dalla tua osservazione. Suppongo che eravamo (e siamo)sottovalutati, ma questo per me va bene, la maggior parte dei miei gruppi preferiti di tutti i tempi erano sottovalutati! In molti modi e’ stata anche colpa nostra se non siamo diventati più famosi. Eravamo veramente disorganizzati. Non abbiamo avuto mai nessun tipo di management e non c’era nessun tipo di piano sul come promuoverci.Suonavamo ovunque capitava e i nostri tour erano strettamente su piccola scala.Un altro problema era che io ero un immigrato clandestino, il che mi impediva di uscire dagli Stati Uniti, così mentre gruppi come i Fuzztones i Chesterfield Kings e i Miracle Workers andavano in tour in Europa e costruivano il loro seguito, noi eravamo piantati a San Diego lavorando al minimo salariale e perdendo tempo.
7) Perché i Tell Tale Hearts si sono sciolti? Hai qualche rimpianto per qualcosa che hai fatto o che non hai fatto con il gruppo?
MIke: Dopo tre anni e mezzo passati insieme, tutti avevano idee differenti riguardo quello che i Tell Tale Hearts sarebbero dovuti diventare. Il risultato alla fine fu un compromesso e la musica incominciò a soffrirne. Dal vivo perdemmo tutta l’ energia che aveva reso la band così grande.I dissidi interni incominciavano a farsi spazio tra i vari membri del gruppo e il divertimento fini. Fondamentalmente il nostro tempo era finito!Ho pochi rimpianti. Rimpiango la nostra inesperienza in studio quando registrammo il primo album. Fu registrato in maniera molto povera e il suono debole peggiorò quando la casa discografica remixò il disco alle nostre spalle, togliendone l’ anima. Rimpiango il non aver mai registrato un disco che avesse l’ excitement dei nostri concerti.Rimpiango anche il modo in cui le cose divennero via via “fredde”. Iniziammo come cinque grandi amici, ma dopo lo scioglimento alcuni di noi non si sono rivolti la parola per molti anni. All’ inizio la musica era la prima cosa, ma verso la fine alcuni membri erano attaccati sia alle donne che alle droghe o ai loro ego. Una situazione tipica per un gruppo giovane, ma comunque un grande spreco in retrospettiva.
8) Come erano i rapporti con le altre garage-band del tempo, quali erano secondo te i gruppi migliori del cosiddetto garage-revival e perché?
Mike: Eravamo in rapporti di amicizia con le altre band di San Diego, i Gravedigger V e dopo I Morlocks, ma c’era anche un’ intensa rivalità, specialmente con i Morlocks. Io mi sono sempre trovato bene con tutti questi ragazzi, ma so per certo che c’ erano dei problemi con altri membri del mio gruppo. Eravamo anche amici con i Chesterfield Kings, le Pandoras, Gli Unclaimed e molti altri gruppi.Ho sempre pensato che gli Unclaimed, fossero una delle migliori band dell’ intero movimento. Amavo le canzoni strane e sarcastiche di Shelley Ganz come l’ intera attitudine del gruppo e del loro suono. E dal vivo erano straordinari. Mi piacevano anche i primi Chesterfield Kings. Non m’ importa della fase glam che hanno attraversato per un periodo, ora sono tornati sui giusti binari. Anche Jeff Conolly e i Lyres, meritano molto rispetto.
9) Adesso suoni con i Loons, vuoi presentarci gli altri membri del gruppo?
Mike: Anja Bungert al basso e ai cori, Marc Schroeder e Chris Marsteller sono i chitarristi, mentre Mike Kamoo e’ il nuovo arrivo alla batteria.
10) Quali sono le vs. influenze, principali?
Mike: Siamo influenzati pesantemente da gruppi come gli Yardbirds, Love e i Pretty Things, ma queste influenze sono state così assorbite profondamente nel corso degli anni, la musica che suoniamo e’ un riflesso di queste influenza più che un’ imitazione. Ci sono molto gruppi che stanno facendo poco più che una rivisitazione dei 60’s. Può essere divertente da guardare ma, in ultima analisi, tutto ciò e’ molto superficiale. Alla fine della giornata, vai a casa e senti gli originali, non una versione simulata. Mi piacerebbe pensare che quello che facciamo abbia una profondità maggiore di queste cose. Lavoriamo duramente sul suonare originali e sull’ avere una personalità musicale nostra.
11) Cosa puoi dirmi del vs. ultimo disco Paraphernalia?
Mike: L’ album ha avuto una lunga gestazione. Anche se e’ stato registrato interamente in un arco di tempo di poche settimane, alcune delle canzoni erano vecchie di cinque anni al momento di essere incise, mentre altre erano state scritte solo qualche giorno prima. Il disco rappresenta cinque anni o più di cambiamenti sia nella line.-up del gruppo che nelle nostre vite personali, così copre un’ ampia sfera di stati d’ animo e argomenti. Penso che sia stato messo insieme decisamente bene comunque. Ne sono orgoglioso.
12) Cosa dobbiamo aspettarci dai Loons ?
Mike: La prossima cosa che faremo sarà registrare un pezzo per un tributo a Greg Shaw che uscirà su Bomp. Ho scelto una vecchia canzone dei Crawdaddys “I’m dissatisfied”, perché e’ una di quelle canzoni che mi ha ispirato nel lasciare l’ Inghilterra e venire in America tanti anni fa. Greg Shaw e’ parzialmente resposanbile per questo.Stiamo lavorando su dei nuovi pezzi e speriamo di uscire con qualcosa di nuovo senza che passi tutto questo tempo. Vogliamo fare anche più tour in Europa e forse anche in altre parti del mondo. Ci piacerebbe andare in Giappone per esempio, o in Australia e in Nuova Zelanda.
13) E ora come in Alta Fedeltà, dammi la tua top-five, per album e 45’s?
Mike: Cambia in continuazione, ma eccoti la mia Top five in base agli stati d’ animo del giorno:
Lp1) The Pretty Things- primo disco
2) Love- Forever Changes
3) Master Apprentices- primo disco
4) Bo Diddley- Go!
5) Tim Hardin- No. 1
45’s 1) The Pretty Things- Rosalyn
2) The Misunderstood- Children of the Sun
3) The Outsiders- Touch
4) The Answers- Fool turn Around
5) The Mustangs- That’s for sure

14) Ok Mike grazie di tutto, qualcos’ altro da aggiungere?
Mike:Grazie per l’ interesse
Gianluca Tedesco (for http://this-heart.blogspot.com/

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Thursday, April 20, 2006

"DON'T BRING ME DOWN…UNDER: THE PRETTY THINGS IN NEW ZEALAND, 1965" book




The PRETTY THINGS "1967-71" LP è uno dei miei 30 top albums of all times. E' appena uscito per UGLY THINGS magazine un nuovo book sulla meravigliosa UK band che racconta del loro "scandaloso" tour neozelandese del 1965. Gli autori sono MIKE STAX ( un'altra leggenda della mia "infanzia", il 1st TELL TALE HEARTS lp è un absolute masterpiece ; possiedo anche uno split ep molto raro con i TTH uscito allegato al mitico "Lost Trails" magazine di Claudio Sorge) / ANDY NEILL e JOHN BAKER e le ricerche per assemblare il book sono durate oltre 10 anni.
"Just wanted to let you all know about a new Pretty Things book, published by Ugly Things magazine. DON'T BRING ME DOWN…UNDER: THE PRETTY THINGS IN NEW ZEALAND, 1965.
Two Weeks of Mayhem with Viv Prince, The King of the World. By Mike Stax, Andy Neill and John Baker. With a Foreword by Dick Taylor.
http://www.ugly-things.com/NewZealand.html
In 1965, while other British groups set their sights on America, the Pretty Things invaded New Zealand, a culturally sheltered colonial outpost 12,000 miles from their home.
A disparate bunch of art student malcontents, brought together in one unholy collision of no holds barred `60s rhythm `n' blues and self-_expression, the Pretty Things were the most extreme band of their day. Fueled by a baiting, sensationalist tabloid press, their loud, anarchic music and outrageous antics on and off stage – particularly those of drummer Viv Prince – ignited a national scandal and a public outcry that would spread from the newspaper headlines to the Houses of Parliament.
More than ten years in the making, DON'T BRING ME DOWN…UNDER documents the Pretty Things' surreal, outlandish and frequently hilarious exploits in New Zealand through interviews with most of the major participants (including VIV PRINCE!), press clippings and more than 180 rare photographs, including 8 pages in full-colour".
MIKE STAX

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Monday, March 20, 2006



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Voilà un paio d'immagini del LITTLE TONY,...including la locandina del film "CUORE MATTO" (Mario Amendola, 1967)

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Tuesday, March 07, 2006

SANREMO: DUE NOTE A MARGINE




Premetto che saranno 212 anni che non seguo il Festival di Sanremo (suvvia, vogliamo mettere quando il Prestigioso Palco era calcato da Leggende Assolute tipo: FRA' CIONFOLI; i PANDEMONIUM, VIOLA VALENTINO , SANDRO GIACOBBE ( Er Mejo in Assoluto ha..ha...ha!) e CIRO SEBASTIANELLI ???? c'mon , se rapportati agli "artisti" di oggi non c'è PARAGONE!!!!!!!!!).
Tuttavia MI SI CONSENTA una breve nota a margine.
1) Non ho nulla contro ANNA TATANGELO che ha soltanto 19 anni ed è una bellissima ragazza : tuttavia, diciamocelo, il testo della sua canzone "Essere Una Donna" è RETORICO , furbescamente pro-feminine audience e mellifluo oltremisura,...era dai tempi del Vecchio , Mitico Christian (quello di Dora Moroni) che non sentivamo nulla di simile!!.
Alcuni stralci ? voilà (by Mogol- D'Alessio): "con Quegli Occhi Attenti / Come Spilli Ardenti /Mi Frughi / Come Un Lupo Attendi! ...Ma Ti Stai Sbagliando Sai /Io Non Sono Una Ciliegia (???????????) / Essere Una Donna Non Vuol Dire Riempire solo una Minigonna (N.D.A: vallo a dire a Platinette!!!!!!!!) ... / Essere Guardata e a Volte Anche Seguita Mi Pesa / Certi Complimenti se son Rozzi / Poi Ti Senti Offesa! ".
D'incanto però , alla fine , la (pseudo)perorazione pro-Donna sfocia nel solito familismo paternalistico dove viene ribadita la tradizionale fissità dei ruoli sessuali , la Donna trova la sua pienezza solo accanto al tipico "Uomo Vero" tutto d'un pezzo y pater familias (magari con la faccia da Briatore): " Essere Una Donna è di più , di più , di più .../ è la gioia di stringere un Bambino sopra il seno con un Uomo Vero accanto a Te"!.
In definitiva: meno male che questo testo l'ha scritto il Poèta Mogol,.. l'avessimo scritto io o Alvaro Vitali , chissà quante ce ne avrebbero dette!
Nota 2) :il Festival aveva una sua Sacralità quando c'era una classifica Unica, come succede nella più autentica tradizione Olimpica.
Ora è stato suddiviso in tantissime sotto-categorie ( GIOVANI, GRUPPI, PAZIENTI DEL GERONTOCOMIO PARROCCHIALE etc.etc.etc. ) ed obviously, così frammentata e de-sacralizzata, la disfida perde PATHOS.
Vabbeh, speriamo che il prossimo anno inseriscano anche la categoria IMBECILLI,....così potrò iscrivermi anch'io:)

p.s.: in allegato una Mitica copertina del "TV Sorrisi e Canzoni" degli Anni Cinquanta,...e due dei miei Eroi Preferiti degli Anni d'Oro del Festival: il Grande NICOLA DI BARI (che era la soundtrack OBBLIGATA quando facevamo il riscaldamento pre-partita nel Campionato di Calcio provinciale categoria Giovanissimi) e gli ....Unici, Inequivocabili, Irripetibili HOMO SAPIENS!!! Grandissimi!

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